Meditazione di Mons. Pizzaballa (18/10/2020)

XXIX Domenica del Tempo Ordinario, anno A

Concluse le tre parabole che abbiamo ascoltato nelle domeniche scorse, in cui Gesù provoca i suoi ascoltatori a riflettere sulla loro chiusura di cuore nei confronti del Regno di Dio che si è fatto vicino, i farisei non si danno per vinti, e cercano il modo di mettere in difficoltà Gesù, per trovare qualche appiglio con cui accusarlo.

Con questo brano ha inizio una serie di discussioni tra Gesù e i suoi avversari che percorrerà tutto il capitolo ventiduesimo di Matteo.  Dopo l’episodio di oggi, troviamo una diatriba con i sadducei (Mt 22, 23-33), quella con un dottore della legge (Mt 22, 34-40) e infine di nuovo con i farisei (Mt 22, 41-46). Gli argomenti toccati sono i più diversi, ma in qualche modo riguardano tutti la questione dell’interpretazione della Sacra Scrittura.

Nel brano di Vangelo di oggi (Mt 22,15-21) vediamo che i farisei mandano da Gesù i loro discepoli, insieme agli erodiani, per interrogarlo rispetto al pagamento delle tasse; e questi, dopo un’inutile e un po’ ridicola premessa adulatoria, esplicitano la domanda: è lecito o no pagare il tributo a Cesare (Mt 22, 17)?

L’argomento, apparentemente semplice, è particolarmente spinoso, e va a toccare diverse questioni.

La prima, come dicevamo, è l’interpretazione della Legge: gli interlocutori affrontano la questione chiedendo se è lecito o no pagare le tasse, ovvero se la Legge lo permette o no. Lo stesso vocabolo lo troviamo in Mt 14, 4, quando il Battista dice ad Erode che non gli è lecito tenere con sé la moglie di suo fratello.

Il secondo motivo per cui la questione è spinosa dipende dal fatto che riguarda i soldi, questione delicata da sempre, anche ai tempi di Gesù.

E un terzo motivo sta nel fatto che si entra nel terreno della politica, e questo in un popolo che sta subendo un’occupazione straniera.

Dunque religione, soldi, politica: tre elementi delicati in sé, a maggior ragione se messi insieme.

Come risponde Gesù?

Mi sembra che Gesù risponda dicendo che ci sono tre modi di stare al mondo.

Il primo è quello di dare a Cesare un potere assoluto, di pagare le tasse ritenendolo una divinità. In effetti, la diffusione da parte dei Romani di monete con l’effigie di Cesare nei territori dell’impero era un modo non solo per esercitare il dominio, ma anche per favorire il culto dell’imperatore.

Il secondo è quello di non dare a Cesare alcun potere, di non riconoscerlo, e quindi di non pagare il censo, trasgredire la legge, fomentare la rivoluzione.

E c’è un terzo modo, quello che riconosce a Cesare il potere che ha sulle cose, e a Dio il potere che ha sulla vita, sapendo che essi (Cesare e Dio) esercitano il potere in un modo molto diverso.

La vera rivoluzione, sembra dire Gesù, non è anzitutto quella di chi non paga tasse ingiuste, ma quella di chi non viene a patti con il potere, quella di chi non lo usa per i propri interessi.

È proprio quello che invece faranno i sacerdoti, i farisei e in generale i capi del popolo, quando, per mettere a morte Gesù, si serviranno del potere di Cesare, e metteranno Gesù in mano a quel potere che ora a loro fa tanto problema.

La vera rivoluzione è la libertà interiore di chi sa che la propria vita viene da Dio, e nelle Sue mani la rimette; e quindi non teme alcun potere temporale, neanche quello violento dell’occupazione straniera, perché chi è libero sa che nessuno ha veramente potere sulla vita, se non colui al quale noi diamo il potere di averlo.

Il potere temporale, anche quando fosse un potere benevolo, non può essere l’orizzonte ultimo dell’uomo, il suo tutto: non dà la vita, e in fondo non può nemmeno toglierla, a meno che non siamo noi a lasciargli il potere di farlo, rinunciando alla nostra libertà.

+Pierbattista

(dal sito Patriarcato Latino di Gerusalemme)