
Al di là del fantasma sacrificale
Autore: Massimo Recalcati
Editore: Raffaello Cortina editore, pagg 144. Anno 2017.
Appunti di lettura
Sacrificio e sacrificarsi per l’altro sono costituenti fondamentali dell’essere umano, della comunità umana. Quando, però, questi scadono nel “fantasma scarificale”, cioè nella mortificazione dei propri bisogni, nel rinunciare ai propri desideri profondi per sentirsi degni dell’approvazione di Qualcuno, allora il sacrificio diventa una meta, lo scopo di una vita. Pensiero che può irretire non solo l’uomo religioso che, preso in una morale masochista – considerandosi sempre colpevole per mancanze o errori -, rinuncia alla propria vita per piegarsi a una Legge superiore dell’Altro, e garantirsene la benevolenza e la salvezza in una vita futura. Anche chi insegue il “godimento illimitato e rigetta ogni sacrificio”, finisce per cancellare la propria singolarità e sottomettere il proprio desiderio alla Legge libertina. Due poli di una stessa realtà, giocata tra l’obbligo della colpa e l’obbligo della trasgressione.
In questa cornice si muove la riflessione di M. Recalcati, per il quale psicanalisi e cristianesimo hanno “in comune l’obiettivo di sacrificare il sacrificio”. Partendo dalla constazione che “nella storia del cristianesimo proprio una versione sacrificale, penitenziale, colpevolizzante…si è rivelata la linea maggioritaria” (pag. 60). E Enzo Bianchi, su La Stampa, 27/3/25, ricorda che ancora oggi vi sono “cristiani che mossi da un generico sentimento religioso offrono a Dio il loro dolore, offrono a Dio la loro sofferenza. Ma Dio non sa cosa farsene dei nostri dolori,… del nostro pianto. Dire a qualcuno: «Offri a Dio il tuo dolore e la tua malattia» (purtroppo avviene) è una bestemmia”.
Lo psicanalista, nella sua ricerca delle radici bibliche della psicanalisi, vede proprio nella croce ( simbolo irrinunciabile del cristianesimo, segno dell’amore sconfinato di Dio per l’ uomo -“nessuno ha un amore più grande di colui che dà la propria vita per gli amici”, GV 15,13) “il luogo in cui il sacrificio viene superato una volta per tutte, in una dimensione di donazione e non di sacrificio”.
Il sacrificio di sé negli uomini patologicamente religiosi può assumere le forme del narcisismo, di un permanente complesso di superiorità sugli altri, poiché ci si sente più vicini all’Altro, a Dio. Nell’autosacrificio per l’Altro il soggetto “distrugge il proprio desiderio, sottraendosi alla responsabilità che comporta la propria libertà e rassegnandola nelle mani Altrui”. Sottomette sé stesso al dettato di un Super-io, che vede sempre l’uomo “da parte a parte”, non gli dà scampo, “lo assoggetta a uno sguardo di incessante rimprovero perché non soddisfa l’anelito alla perfezione a cui tende”. L’uomo nevrotico oscilla tra la rivendicazione di una libertà senza vincoli – senza alcun riconoscimento di un debito all’altro né alla generazione che l’ha preceduto – e l’autosacrificio a un Dio padrone, a un Padre, alla Società, a un Capo, attendendosi per questo una ricompensa dall’Altro. Il nevrotico cede allo sguardo inflessibile del Super-io che cancella ogni possibile umanità, ogni perdono. E’ questa la legge che ha trovato piena applicazione nel perfetto funzionamento dei campi di sterminio, come anche recentemente nel fanatismo terrorista islamico.
In entrambi i casi la “dedizione dell’individuo a favore della comunità, …cancella ogni individualità nel nome di una Causa”, di una Verità assoluta superiore a tutto e a tutti, anche all’insacrificabilità della vita degli altri. Ciò fa sì che l’uomo nevrotico si sente libero, perché liberato dall’aderire alla Legge profonda del proprio desiderio, in nome di una Legge superiore. Nella sua scelta il nevrotico nega la singolarità dell’altro, il volto dell’altro, la sua finitezza singolare che invece non può mai essere solo strumento, oggetto, merce sacrificabile, a nessuno, sia esso Madre o Padre o la Società, o la Famiglia, o Dio… , perché l’esistenza di ogni soggetto è incarnazione dell’assoluto, della sacralità inviolabile della vita.
Entro queste coordinate Recalcati legge il dramma di Abramo a cui Dio chiede il sacrificio del figlio. Abramo sa che perdere Isacco è perdere tutto, più di sé stesso. Nel suo dramma, nella sua risposta non c‘è nessun calcolo, nessuna attesa di risarcimento. Abramo re-innova così la sua conoscenza di Dio, nel quale crede anche nella piena oscurità, con un’offerta di sé assoluta (qui Recalcati cita Lc 17,33: “Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà la manterrà viva”), che libera la vita da ogni peso sacrificale, portando alla sospensione definitiva non solo del sacrificio di Isacco, ma anche delle pratiche del sacrificio umano, rituale allora diffuso. “La legatura di Isacco” prefigurerebbe in qualche modo il sacrificio di Gesù, che però non è riscattato da un agnello, ma sceglie lui stesso di farsi “agnello” sacrificale salendo consapevolmente, liberamente, sul Golgota, “ per liberare l’uomo dal peso del sacrificio…, affinché muoia sulla croce l’idea stessa del sacrificio”. Sembra suggerire questa stessa lettura Marc Chagall nel suo dipinto “ Il sacrificio di Isacco”. Chagall dispone nello stesso quadro i due momenti in contemporanea: in primo piano la mano armata di Abramo sul figlio fermata dall’angelo e, nella porzione superiore del quadro, come in prospettiva a venire, la salita di Gesù al Calvario.
Scrive Paolo di Tarso che “Cristo ci ha liberati dalla maledizione della legge” (Gal 3. 13), non più l’uomo al servizio sacrificale della Legge – come vorrebbe il Super-io dentro di noi – , ma la Legge al servizio dell’uomo, alimentata dall’esperienza della grazia e del perdono, perché è l’amore che vince sulla Legge della giustizia. Esemplificato, dice Recalcati, dalla parabola antisacrificale del padrone della vigna che, a fine giornata, ricompensa in modo eguale gli operai chiamati in ore diverse della giornata a lavorare nella sua vigna (Mt 20, 1-16). Quello che conta è che ognuno di loro” abbia risposto alla sua chiamata, senza alcun calcolo di superiorità sugli altri in base ai sacrifici compiuti”.
Anche nella parabola del “Figlio ritrovato” il Padre non si aspetta risarcimenti, ma perdona il figlio, “consentendogli di ripartire nuovamente”. Il Dio cristiano non esige sacrificio, ma solo amore, qui e ora. Quell’amore incondizionato che porterà Gesù sulla croce, fedele fino alla fine alla Legge che ha abitato sempre: si fa “agnello di Dio non per coercizione, ma in offerta assoluta di sé stesso al disegno del Padre” (nota, pag. 140), liberando l’uomo dal dominio morale della colpa, per accedere a un’etica extramorale. Ciò che conta non è il calcolo di ciò che è bene e ciò che è male, ma è l’adesione responsabile del soggetto al proprio desiderio, al portare a frutto i talenti ricevuti.
“Il sacrificio di Cristo ci rende liberi, non perché esso sia un pagamento per i nostri peccati, … ma perché esso viene dal suo amore gratuito per noi, che ci lascia liberi da ogni vincolo di restituzione secondo la legge proclamata nel discorso della Montagna, la Legge dell’amore come nuova forma della Legge… Allora la croce, sembra un paradosso, non è il simbolo del sacrificio, ma ciò che” mette a morte il sacrificio, libera il sacrificio dal peso cupo del sacrificio”!.
(“…Se sulla morte di Gesù in croce si vuole proprio parlare della “volontà” di Dio, dobbiamo allora parlare di una volontà che chiese a Cristo di vivere l’amore fino all’estremo, anche a costo della morte violenta” –La Stampa, 18 aprile 2003. E. Bianchi). Gesù è morto nella libertà, andando consapevolmente incontro al suo destino, per amore, non venendo meno alla sua missione: annunciare la “buona notizia” di un Dio sempre pronto a perdonare, a guarire, a offrire ai suoi figli un’altra opportunità.
Molti davvero sono gli autori, teologi, filosofi, antropologi, psicanalisti, scrittori citati da Recalcati a puntualizzare numerosi passi del suo ragionamento, a gettare luce sulle riflessioni via via sviluppate nel libro che, dopo un’introduzione, filo rosso per la sua lettura, si sviluppa in tre grandi capitoli: “Il sacrificio simbolico”; “ Lo spirito di sacrificio”; “Sovversione del sacrificio”, articolati a loro volta in sottotitoli. Tutti resi agili dall’ abilità narrativa dell’autore, che mette a portata di tutti pensieri impegnativi e fertili di riflessioni.
Osvaldo Aime