Vita avventurosa e meravigliosa dei pellegrini di Santiago.
Autori: Pierre Barret e Jean-Noël Gurgand
Editore : LIBRERIA pienogiorno, 2021, pp 320
Scrive Enzo Bianchi nella nota introduttiva che “ il pellegrino lascia la sua terra per andare verso un ‘altrove’ percepito come luogo in cui ritrovare le proprie radici”, per accrescere la consapevolezza di ciò che è, ragionare di sé, riscoprire le radici, mettersi a nudo, ritrovare l’essenziale nel quotidiano. “Cammino dunque sono” si potrebbe dire, “Camminare” è certo metafora della vita, perché la vita nasce dal desiderio, dal viaggio, dalle attese, che qui sono tante e varie. Per il pellegrino che ha lasciato casa e affetti per una meta a lui cara, il/la fine del viaggio è il ritrovarsi “faccia a faccia con la verità che fa esclamare “Dio è là”.
“Edito per la prima volta in Francia da Hachette nel 1978 con il titolo di Priez pour nous à Compostelle, “Il cammino del mondo” è stato pubblicato in Italia nel 2021, “ponendosi tra le principali fonti letterarie nell’ambito del Cammino di Santiago e dei pellegrinaggi medievali in generale” e col plauso del noto storico medievalista Jaques Le Goff, che la definisce “un’opera eccezionale”.
Il lettore si avvia quindi verso Santiago, sulla scia di milioni di altri -“Un popolo in marcia”, titola il primo capitolo – che in epoca Medievale o Moderna hanno fatto quello stesso percorso a piedi o a cavallo Qui, in particolare, siamo in compagnia stretta di cinque pellegrini di secoli diversi che ci hanno lasciato tracce scritte del loro cammino. Quelle che sfogliando tra biblioteche e archivi hanno trovato gli autori P. Barret e J.N. Gourgand, al ritorno dal loro viaggio a Compostella alla fine degli anni Settanta e rielaborate, cucite in un unico tessuto, ma sempre riconducibili a quegli autori e a tante altre fonti, di cui rendono puntuale conto nelle numerose note a piè di pagina.
Per secoli, sulla strada per Compostela, da ogni angolo d’Europa, si sono riversati pellegrini alla ricerca della propria salvezza, di santuario in santuario, di reliquie in reliquie (anche improbabili), peccatori penitenti, uomini alla ricerca dell’intercessione del santo che li riscatti dai propri destini di condannati, di malati, sostenuti dalla carità di tanti. Si parte con l’autorizzazione del curato della propria parrocchia, dell’autorità civile, dopo aver fatto testamento, perché tornare salvi non è una certezza. Tanti i rischi del viaggio, nonostante il pellegrino sia protetto da raccomandazioni di parroci, da ordinanze regie e sia riconoscibile dal suo abbigliamento: bisaccia, bordone (robusto bastone di legno, cui si può attaccare una zucca per borraccia), un cappello con la falda alzata sul davanti e una conchiglia a pettine sul mantello.
Chiamato anche Jacquet dal nome del santo Giacomo, il pellegrino è esposto a ogni intemperie per sentieri più o meno tracciati, impervi, terre deserte, montane, ventose, con fitte nebbie, neve e tormente, guadi rischiosi, sole cocente, fango, polvere…. Non esclusi i rischi di incontri di lupi a quattro e due zampe (esattori/taglieggiatori rapaci, banditi…). Per evitare l’insicurezza del cammino alcuni scelgono di imbarcarsi, ma non per questo scansano spiacevoli incontri con pirati. Né bastano a metter al sicuro gli uni e gli altri le raccomandazioni del Codex Calistinus – storica guida per Santiago del XII° secolo – che mette in guardia il pellegrino da abusi e inganni.
L’ospitalità degli erranti viene via via regolata, assistita. Ci sono alcadi (i nostri sindaci) e giudici, quando bastano, e certo non sempre bastano, a riparare i danni procurati al pellegrino. In alcuni luoghi il jacquet è protetto dal diritto di asilo, dalla presenza di ospizi, ospedali, ricoveri voluti da re, vescovi, monaci di Cluny, Cavalieri di San Giovanni, Templari…
Alla rete ospedaliera, fiorita fitta tra l’XI e XII secolo, periodo di massimo sviluppo del pellegrinaggio a Santiago, è dedicato un intero capitolo del libro, comprese “ricette” per curare i vari mali del viandante: febbre, emicrania, dissenteria…
Particolare attenzione è dedicata dagli autori all’ospizio di Roncisvalle, “dove ancora risuona il richiamo di Orlando, – aggredito dai Mori – e il cupo galoppo di Carlomagno” che accorre, ahimè tardi, in suo aiuto. Nella sua calata dai Pirenei, Carlomagno aveva piantato una croce, alla quale si sono aggiunte quelle piantate da migliaia di pellegrini. A Santo Domingo de la Calzada, il pellegrino rivive la ”leggenda dell’impiccato tirato giù dalla forca vivo dopo quindici giorni”, una della favole più celebri del Medioevo (1090 ca.), in qualche modo tangibile, lì, ancora oggi per chi fa il Camino Francés.
Non solo leggende. Reale, invece, era per il pellegrino che passava per Triacastela -poco più di cento chilometri da Santiago – l’invito a portare una pietra calcarea alla più vicina fornace come contributo alla produzione della malta per la costruzione della Cattedrale di Santiago, lavarsi a una fontana, raggiungere per primi il Montjoie (5 Km dalla meta), dalla cui cima si vedono per la prima volta le torri della cattedrale di Santiago. Per poi sentirsi finalmente a casa nella cattedrale del Santo Giacomo, fratello di Giovanni evangelista, giunto qui ad annunciare la Buona Novella, senza successo. Se n’era tornato quindi a Gerusalemme, dove, primo tra gli apostoli, aveva trovato ad attenderlo il martirio, nel 42 d.C. I suoi discepoli ne avevano recuperato il corpo decapitato che, secondo la Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, dopo lunghe traversie per mare, era finito sulle coste della Galizia. Solo nell’813 la visione di una stella guidò un eremita sul luogo della sepoltura dell’Apostolo, rimasta ignota per secoli. La leggenda, divenne di colpo realtà, infondendo nuova forza ai fedeli cristiani di tutta Europa, soprattutto in un periodo in cui la presenza musulmana si espandeva in tutto il Mediterraneo. Cominciano allora le apparizioni del Santo, spada in pugno, a fianco dei cristiani in lotta contro i mori, i musulmani – chiamato per questo San Giacomo Matamoros, che ammazza i mori – per cacciarli dalla Spagna, operando una lunga serie di miracoli e assicurando da allora l’acquisto di indulgenze per la salvezza del pellegrino che le cerca. La salvezza diventa da allora sempre più un “affare personale”. Prende corpo, cioè, una coscienza individuale (non più collettiva): “Dio per tutti, ma ciascuno per sé … Non è più sufficiente gettarsi ai piedi dell’altare per essere perdonati di tutto; bisogna confessarsi e comunicarsi”, una volta entrati nella basilica.
Della meta raggiunta e dei riti seguiti il pellegrino riceve certificazione, la compostela, utile salvacondotto sulla strada del ritorno. Molti pellegrini si spingono fino a Finisterre e Padròn, dove approdò, sola, la barca con il corpo di San Giacomo. Non mancano le testimonianze e le sorprese raccontate dai nostri cinque pellegrini sul viaggio del ritorno.
“Quanti pellegrini ogni anno – oggi- si mettono in cammino?” Centinaia di migliaia. Nel 1965, anno giubilare compostelano (ogni anno che il 25 luglio, festa del Santo, cade di domenica), Santiago ha accolto due milioni e mezzo di visitatori”, mossi da motivazioni religiose e non. Alcuni ospizi sono diventati sontuosi alberghi, il tempo ha cancellato ponti, abazie, chiese.
Questo verificano gli autori che hanno compiuto a loro volta il pellegrinaggio sul finire degli anni ’70, pur senza ritrovare sempre gli antichi sentieri, cancellati o dimenticati dalla recente modernità. Mancanze che non scalfiscono l’attrattività del pellegrinaggio a Santiago.
Giorno dopo giorno, tengono ognuno un diario di strada, dal 9 aprile all’8 giugno, passando così “ai loro amici -a noi- un po’ dei loro piccoli souvenir”, e provando per sé, una volta tornati, “malinconie strettamente personali” del lungo viaggio.
Un libro che si può leggere con sguardo tutto laico – diaristico, storico, avventuroso – ma vi si possono anche leggere tracce di fede.
Osvaldo Aime