Meditazione Cristiana

Commento al Vangelo (02/08/26)

Vangelo secondo Matteo Mt 14,13-21

Tutti mangiarono a sazietà.

Pace e bene, cari fratelli e sorelle. In questa diciottesima domenica incontriamo il testo meraviglioso della moltiplicazione dei pani secondo Matteo. È un testo profondissimo che getta luce sul mistero dell’identità di Gesù, sul senso profondo della sua vita, specialmente dell’eucaristia, e di conseguenza getta luce sul senso della nostra vita. Potremmo riassumere il tutto in una frase: la vita è un dono da donare.

Vediamo un po’. Cercheremo di intrecciare, come sempre, alcuni elementi esegetici ed esistenziali. Gesù ha ricevuto la notizia della morte violenta di Giovanni e avverte il bisogno di ritirarsi in disparte, e si reca in barca in un luogo deserto. Con il richiamo al deserto, l’evangelista si riallaccia anche alle tematiche dell’esodo; infatti si credeva che il Messia avrebbe compiuto gli stessi prodigi di Mosè e, in particolare, si attendeva nuovamente la manna dal cielo. Quindi l’evangelista ci presenta Gesù come il Messia che porta a compimento tutte le attese messianiche. Nel testo poi possiamo identificare tre scene: le folle che vanno da Gesù e la sua compassione; l’incomprensione dei discepoli che volevano rimandare le folle; quindi l’iniziativa di Gesù e le folle abbondantemente sfamate.

Primo punto: la compassione di Gesù. Gesù, come abbiamo detto, si ritira, ma la gente lo cerca, fa tanta strada per andare da lui. Lo seguono a piedi costeggiando il lago di Galilea. Gesù non tarda ad andare loro incontro. Come già gli era accaduto, vede le folle, freme di compassione e se ne prende cura. Abbiamo qui la dinamica della compassione in tutta la sua struggente concretezza, propria di chi vede l’altro, vede il bisogno dell’altro, sente dentro di sé il dolore dell’altro e per l’altro, e si dà da fare per lenirlo. Ecco, la compassione di Gesù non rimane mai nell’interiorità o come un solo sentimento, ma è sempre operativa e dà vita.

Qui abbiamo un primo messaggio meraviglioso: la compassione che il Signore ha per noi, per me, per te. Compassione che tocca, sana, guarisce e si riversa copiosa su quanti lo cercano, specie nel dolore. Sì, possiamo ben dirlo: Dio ci ha a cuore, Dio mi ha a cuore, non è indifferente alle mie sofferenze, ma vede, sente compassione e mi viene incontro, ti viene incontro per toccarti con la sua grazia. Questo ci fa anche interrogare su quanto il nostro cuore si sappia smuovere e commuovere e mettere in cammino davanti alle sofferenze degli altri. Tante volte siamo come impassibili, mettiamo una sorta di doppi vetri tra noi e i bisogni di chi abbiamo accanto. Quanto è prezioso invece imparare a vedere i bisogni dell’altro, ad ascoltarli senza giudicarli, imparando a metterci nei panni dell’altro, sentendo per lui e per la situazione che vive, anche con partecipazione, e quindi facendo ciò che è possibile per sostenerlo, incoraggiarlo, aiutarlo concretamente.

Sul far della sera, ecco la seconda scena: si avvicinano a Gesù i discepoli, quasi ad interrompere l’azione di compassione di Gesù. E lo interrompono per una questione molto pratica: mandar via la gente perché ormai si è fatto tardi ed è un luogo deserto. Il tutto sembra esser mosso da buon senso, da ragionevolezza. In realtà, visto in profondità, possiamo dire che tutto ciò nasconde una mancanza di comprensione di Gesù e di carità. Gesù infatti non è d’accordo con la richiesta dei discepoli: non è la folla che deve andare a comprarsi da mangiare, ma sono i discepoli che devono dare loro da mangiare. È interessante perché abbiamo una frase greca costruita in modo particolare che potremmo tradurre: “Date a loro voi da mangiare”. Come ci risuona? Come se Gesù invitasse i discepoli non solo a dare il pane necessario, ma persino a farsi pane e cibo per quella folla, anticipando così il tema della cena eucaristica durante la quale Gesù si farà pane. Per questo l’evangelista pone l’indicazione “sul far della sera”, la stessa dell’ultima cena di Gesù, quando Gesù prese il pane e disse: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”. Dall’accoglienza di questo dono meraviglioso della presenza viva del Signore in mezzo a noi, specie nell’eucaristia, scaturisce la spinta a donarci a nostra volta. È la richiesta esplicita del Signore a farlo: “Date a loro voi da mangiare”. Spinge oltre i discepoli, li coinvolge, li responsabilizza. Dategli voi quello di cui abbisognano, partite da quel che potete fare voi per loro.

Il Signore dunque gli chiede e ci chiede di fare un passo avanti nell’amore, per farci prendere consapevolezza che proprio lì, nel tuo fratello, nella tua sorella, marito, moglie, figlio, estraneo, fratello, sorella di comunità, amico, collega, povero che incontri per la strada — proprio lì nel suo bisogno, proprio lì nel bisogno c’è il Signore stesso che nel giorno del giudizio dirà: “Vieni, benedetto dal Padre mio, avevo bisogno e mi hai aiutato”, oppure “Lontano da me, maledetto, perché avevo bisogno e non mi hai aiutato”.

“Ma abbiamo poco, basta appena per noi” — ecco la resistenza dei discepoli, sintomo di incomprensione della grandezza di Gesù. Qui abbiamo un altro splendido monito esistenziale. Quante volte in casa, come tra gli amici, si sente dire “non posso aiutarti, più di questo non mi è possibile”, oppure “senti, io il mio l’ho fatto, ora veditela tu”. La domanda è: ma siamo sicuri che non possiamo davvero o, piuttosto, non vogliamo? È davvero mancanza di beni, di tempo, di possibilità, o in fondo è mancanza di carità? Non è che forse stiamo mettendo dei limiti rinchiudendoci nel nostro egoismo? Mi vengono in mente le parole di un religioso che, raccontando la sua esperienza, diceva: “Oggi ho avuto tanta forza da una scena che Dio mi ha messo sotto gli occhi. Ho visto un povero lebbroso che non camminava più, che si trascinava senza gambe. L’ho visto aiutare un bambino poliomielitico a camminare: il piccolo era aggrappato alle sue spalle e lui si trascinava a carponi intorno alla capanna per farlo camminare. La scena mi ha fatto piangere e mi ha fatto chiedere perdono a Dio per tutte le volte che davanti ad una carità ho detto ‘non posso'”. Ci siamo così abituati a dire queste due parole che le portiamo in noi costantemente, ma è proprio così? È veramente “non posso” o piuttosto “non voglio”? Come dice spesso fra Faustino: quante volte ci mettiamo dei limiti, ma chissà se quelli sono veramente i nostri limiti.

Ed eccoci alla terza scena. Cosa fa Gesù? Prende i cinque pani e i due pesci, alza gli occhi al cielo, pronuncia la benedizione, spezzò i pani e li dà ai discepoli, e i discepoli li distribuiscono alle folle. In fondo sono gli stessi gesti compiuti da Gesù nell’ultima cena, quei gesti alla vista dei quali persino i due discepoli in cammino verso Emmaus lo riconosceranno come risorto, quei gesti che noi ripetiamo al centro e al cuore di ogni celebrazione eucaristica. Possiamo dire che questi gesti sono la sintesi di tutta la vita di Gesù, consegnata fino alla morte per amore nostro, per amore di ognuno di noi. Ecco il senso profondo di questo segno compiuto da Gesù: come Cristo ha consegnato la sua vita per noi, così ognuno di noi, suo discepolo, è chiamato a donare la sua vita per gli altri.

Che bello notare, miei cari, come questo poco messo nelle mani di Cristo — questi cinque pani e due pesci — venga moltiplicato, basti per tutti e ne avanzi pure, segno della sovrabbondanza di quella salvezza che Gesù è venuto a portare. Potremmo dire che la matematica in Dio è tutta particolare: quello che condividi, lui lo moltiplica. E anche qui abbiamo un altro splendido messaggio esistenziale con il quale concludiamo. Noi spesso pensiamo di non avere abbastanza o di non essere abbastanza bravi o sapienti, ma per il Signore non conta quanto tu abbia o quanto tu sappia, ma che quello che sei e che hai lo sai mettere a disposizione, lo condividi, lo sai mettere nelle sue mani. E allora il Signore, anche attraverso la tua povertà, i tuoi poveri mezzi, farà meraviglie. Ciò che metti nelle sue mani, ciò che condividi, lui lo moltiplica.

E non solo. Ma quante volte, magari in preda alla stanchezza, alla fatica, abbiamo scelto di donarci comunque, di spezzarci, di spenderci per chi avevamo accanto, e abbiamo visto le energie moltiplicarsi? Quando diciamo di sì all’amore e scegliamo di donarci, Dio moltiplica forze e risorse.

Chiediamo allora al Signore che questo testo rinvigorisca la gioia nei nostri cuori, certi che Gesù si prende cura di noi donandoci tutto se stesso, tutta la sua vita, affinché anche noi, assumendo il suo stesso sentire e agire, possiamo far della nostra vita un dono per gli altri, un capolavoro d’amore.

Che il buon Dio vi benedica tutti. Pace e bene.

frà Umile – Missionari della Via