Commento al Vangelo (30/08/26)
Vangelo secondo Matteo Mt 16,21-27
Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso.
Pace e bene, cari fratelli e sorelle, ben trovati. Cosa significa in termini estremamente concreti essere discepoli di Gesù? Cosa comporta? Ci risponde il Vangelo di questa domenica indicandoci tre movimenti essenziali: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, uno, rinneghi se stesso; due, prenda la sua croce; tre, e mi segua”. Ma che significa? È l’elogio della sofferenza? Si tratta di rinunciare alle cose belle della vita o di rinunciare a ciò che impedisce la vita? Vediamo un po’.
Il punto di partenza di Gesù è “se uno vuol venire dietro a me”, dunque se uno mi vuol seguire e vivere da figlio di Dio, se uno vuol imparare ad amare da Dio, se uno vuol diventare santo e portare a pienezza la sua vita. Ecco l’itinerario.
Primo: “rinneghi se stesso”. Che significa? Farsi del male, non valorizzarsi, avercela con sé? Assolutamente no. Rinnegare se stessi significa rinunciare a se stessi; al positivo, potremmo dire, significa vivere liberi da se stessi. Concretamente significa almeno due cose: non assolutizzare il proprio modo di pensare e sapersi dire dei no. Se voglio dunque seguire Gesù, devo imparare a non assolutizzare i miei punti di vista, le mie convinzioni, quello che penso di sapere su Dio e sulla vita, ed essere disposto ad una conversione profonda nel modo di pensare, di sentire, di agire, lasciandomi rinnovare mente e cuore dal Vangelo e dalla Chiesa.
Per capire dobbiamo vedere quanto sta accadendo tra Gesù e Pietro. Pietro, ricorderete, ispirato dal Padre, coglie l’identità di Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Gesù, subito dopo, inizia a spiegare ai discepoli che tipo di Messia è il suo, qual è il suo itinerario, come ci salverà: dando la sua vita per noi. Il Figlio dell’uomo sarà consegnato, morirà per poi risorgere il terzo giorno. Ma Pietro non ci sta, lo prende in disparte e gli dice: “Dio non voglia, non ti accadrà mai. Ora ti spiego come si fa”. E infatti si becca uno shampoo micidiale da parte di Gesù: “Va’ dietro a me, Satana, perché mi sei di intralcio! Tu non ragioni secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Vedete, Pietro ha le sue convinzioni e in quel momento le assolutizza, e arriva a pensare di poter insegnare a Dio come essere Dio. Allora Gesù gli dice: “No, Pietro, non io dietro a te, ma tu dietro a me. Hai le tue convinzioni sulla vita? Se vuoi essere mio discepolo devi essere pronto a metterle da parte. Hai le tue idee su Dio? Bene, se vuoi accoglierne il vero volto che io ti rivelo, devi imparare a metterle in discussione. Se vuoi imparare ad amare, devi lasciartelo insegnare, non puoi pensare di venirmi dietro continuando ad assolutizzare le tue convinzioni, i tuoi schemi, i tuoi modi di fare che hai acquisito negli anni. Devi capire che i tuoi pensieri non sono la realtà, che non tutto ciò che hai nella testa è la verità”.
Quanto è importante tutto questo: accostarci alla parola di Dio col desiderio di ascoltare con un cuore da discepoli, gente che vuole continuamente imparare. Quante volte nella vita invece noi non abbiamo fatto questo, oppure ci siamo incaponiti su una cosa e abbiamo pensato che la salvezza fosse che Dio facesse quel che volevamo noi? O quante volte siamo rimasti o siamo incastrati nella non accettazione di qualcosa che non è passato come avremmo voluto noi, e ci siamo rinchiusi rimuginando, anziché aprirci alla grazia chiedendoci: “Perché questa cosa non è andata? Cosa posso imparare da quell’evento? Come mi può servire per amare di più e meglio?”. Oppure, quante volte tendiamo ad assolutizzare le nostre prospettive? Pensate anche nelle relazioni quotidiane, quante volte leggiamo i fatti, interpretiamo l’agire degli altri, salvo poi scoprire che la realtà era ben diversa dai nostri pensieri. Ecco, miei cari, rinnegare se stessi vuol dire non assolutizzare i propri pensieri, le proprie sensazioni, imparando ad obbedire a qualcosa di concreto che è la parola del Signore, capace di tirarci fuori da quel buio in cui spesso finiamo quando rimaniamo attaccati ai nostri ragionamenti e marasmi emotivi.
Ma non solo: rinnegare se stessi significa sapersi dire anche dei no, innanzitutto quando ciò che vogliamo non è buono e ci porta fuori dalla volontà di Dio. Questa è la lotta che tutti siamo chiamati a vivere a partire dalle piccole cose quotidiane. Ad esempio, è il momento della preghiera, non ne ho tanta voglia, mi viene in mente di fare nient’altro; sto lì e prego. Bene, ho rinnegato me stesso e ho detto un no che è un sì più grande all’amore. Oppure, mi ritrovo tra amici e colleghi, il discorso inizia a degenerare, iniziamo a sparlare di qualcuno; io vorrei dire la mia e invece taccio o cerco di deviare un po’ il discorso. Bene, ho rinnegato me stesso, ho detto un no che è un sì più grande all’amore. Vedo una persona bisognosa per la strada, istintivamente sarei portato a cambiare lato per non incontrarla, e invece tiro dritto, le vado incontro, le sorrido, magari mi fermo un attimo, se posso l’aiuto. Bene, ho rinnegato me stesso, mi son detto un no che è un sì più grande all’amore.
Ma non solo, miei cari: rinnegare se stessi è sapersi dire di no anche in cose che di per sé sarebbero buone, ma alle quali rinuncio per amore di Dio e degli altri. Ad esempio, nel mio ministero sognavo di essere parroco di X e il Signore, attraverso il vescovo, mi manda nella parrocchia Y; rinuncio a me stesso ed entro in quello che il Signore mi chiede: è un sì più grande all’amore. Oppure, arrivo a casa e vorrei riposarmi, ma mia moglie magari ha bisogno di un aiuto, oppure mio figlio vorrebbe giocare un po’ con me; io metto da parte il mio desiderio di riposo e ci sto, e aiuto e gioco. Capite? Dei no che sono dei sì più grandi all’amore.
Potremmo pensare a tutto questo come qualcosa di pesante, di difficile che frustra la vita, e invece stiamo parlando di ciò che favorisce la vita. Qui non si tratta di rinunciare a vivere, ma di rinunciare a ciò che impedisce di vivere, che è quella malattia micidiale che si chiama egoismo: “tutto deve essere come dico io, come penso io, soffro se le cose non vanno come dico io, se vengo contraddetto”. Mamma mia, che prigionia! Ecco, il Signore ci annuncia la possibilità bellissima di essere liberati dalla ristrettezza del proprio egocentrismo ed entrare nella vita nuova, risorta, che Cristo ci dona.
Secondo: “Se uno mi vuol seguire, prenda ogni giorno la sua croce”. Noi pensiamo che la croce sia soltanto sopportare pazientemente i contrattempi e le sofferenze che la vita ci presenta; in realtà c’è qualcosa di più profondo. Ritorniamo al dialogo tra Gesù e Pietro. Pietro vorrebbe evitare a Gesù la croce. Pietro ragionava umanamente nei termini di autoconservazione, di glorificazione di sé. Gesù dovrà mostrare un’altra strada: la via della fedeltà al Padre, del dono di sé. Pietro ha un’impostazione da slalomista: una vita vissuta cercando di evitare ciò che comporta fatica, dolore, sacrificio reale. Gesù vuole invece insegnare che non c’è vero amore senza sacrificio di sé. Pietro dunque vorrebbe evitare a Gesù la croce; Gesù gli dice: “No, Pietro, se mi vuoi venire dietro la croce non la puoi evitare, ma la devi prendere, devi essere disposto a farti carico della tua missione, di ciò che c’è nella tua vita, e viverlo con fede e con amore, comprese tutte quelle difficoltà, quelle incomprensioni, quelle sofferenze che comporta il seguirmi e lottare contro il male”. Ed ecco allora l’adempimento del tuo dovere quotidiano, l’amare le persone che hai accanto, svolgere con il cuore il tuo ministero, saper non soltanto soffrire ma soprattutto offrire, accogliere quelle difficoltà che conseguono il cercar di vivere il Vangelo, di perdonare, di andare incontro ai poveri. Tutto ciò è la tua croce, tutto ciò è la tua chiave per il cielo.
Ricordo una storia molto simpatica di una persona che si lamentava per la durezza della vita e fece un sogno. Sognò che lui, insieme a tanti altri, camminava portando una croce. Dato che però questa croce pesava, iniziò a tagliarne prima un pezzo, poi un altro, poi un altro ancora, finché la croce non gli parve sufficientemente leggera. Ma a un certo punto c’era un burrone: tutti ribaltavano la loro croce e la usavano come un ponte per passare da una parte all’altra. Peccato che la sua fosse ormai troppo corta e non passava più. Vedete, miei cari? Ognuno di noi ha la sua croce, ha la sua missione da compiere, ha una chiamata ad amare, e ogni giorno abbiamo tante occasioni, talvolta anche dolorose, fatiche per fidarci del Padre, per crocifiggere il nostro egoismo e crescere nell’amore. Noi a volte le subiamo, siamo tentati di giocare al ribasso, di fuggire da ciò che comporta fatica; eppure il Signore vuole incontrarci proprio lì, vuole salvarci proprio lì, vuol farci sperimentare il suo amore, la sua potenza proprio lì, vuol dilatare gli spazi del nostro cuore proprio lì. Dunque non aver paura, caro fratello, cara sorella, non sei solo e la tua fatica non è inutile. E ricordalo: la tua situazione è la tua via al cielo, la tua croce è la tua chiave del cielo.
E infine, terzo punto: Gesù dice: “Prenda la sua croce e mi segua”. Dunque mi venga dietro, mi imiti, prendendo sul serio le parole del Santo Vangelo, vivendo secondo il mio stile di vita.
Cari fratelli e sorelle, Gesù subito dopo ci dice: “Chi vuol salvare la propria vita la perderà, chi la perderà per causa mia e del Vangelo la troverà”. Quella che tanto desideriamo, quella vita piena, felice, che Gesù è venuto a donarci e a insegnarci, è la via dell’amore: perdere per trovare. Se la vita la tieni per te, marcisce; se invece la doni, fiorisce. Una regola tanto semplice eppure tanto preziosa.
Che il buon Dio vi benedica. Pace e bene a tutti.
frà Umile – Missionari della Via
